Sto lavorando nel parcheggio di un centro commerciale (non sono abusivo, lo specifico sempre perché lo sguardo della gente lascia intendere il contrario). È sabato pomeriggio, l’orario in cui l’umanità dà il peggio di sé. Famiglie intere stipate nelle auto, gente nervosa, clacson usati come strumento di comunicazione primitivo. Tutti cercano quel posto: il più vicino possibile all’ingresso, possibilmente gratuito, possibilmente che si liberi esattamente quando arrivano loro.
Io sono lì, pettorina addosso, paletta in mano, a fare da mediatore tra la civiltà e il caos.
E poi arriva lui.
SUV grigio, finestrini scuri, aria di chi non ha mai parcheggiato a più di venti metri da una porta automatica. Si ferma davanti alla sbarra come se fosse un posto di blocco, abbassa il finestrino e mi guarda con quell’espressione da adesso risolvi il mio problema.
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