Premetto che da noi in sala c’è il menù fisso a 7 euro: pizza, bibita, caffè e pure l’amaro, che più che un digestivo è un premio di consolazione per chi ha già capito come andrà a finire la serata.
Arriva il momento di chiedere il conto.
Io mi avvicino con lo scontrino già pronto, sorriso di circostanza stampato in faccia.
“Abbiamo preso due menù pizza.”
Guardo il tavolo. Tre piatti vuoti. Tre bicchieri. Tre tazzine sporche di caffè. E l’amaro già evaporato.
“Sono tre menù pizza e una lattina di Coca Cola in più.”
“Sono due!”
Lo dice con la sicurezza di chi ha appena risolto un’equazione quantistica. Gli amici annuiscono come comparse pagate in focaccia.
Dopo vari battibecchi, la titolare – che fino a quel momento aveva mantenuto una calma zen degna di un monaco tibetano – non sa a chi credere e quindi si rivolge alla moglie del tipo.
“Quante sono le pizze?”
La signora, senza nemmeno alzare lo sguardo dal telefono: “Tre.”
Silenzio. Un silenzio pesante come la mozzarella doppia.
“Ma mica mi vorrai far pagare la pizza del bambino!”
A quel punto ci giriamo tutti verso il presunto “bambino”.
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