Serata tranquilla, di quelle che ti illudono. Il ristorante è quasi pieno, il brusio è piacevole, i piatti escono con un buon ritmo e io e i miei colleghi ci scambiamo quello sguardo complice che dice: oh, stasera fila liscia.

Errore.

Perché poi arriva Lui.

Sulla quarantina, camicia sbottonata di due bottoni di troppo, collanina che sbuca con nonchalance, profumo invadente. L’aria di chi ha mangiato ovunque nel mondo — o almeno così dice — e ora è qui per giudicare noi poveri mortali che osiamo cucinare senza il suo consenso.

Si siede, sistema la sedia come se fosse in un ristorante stellato di Parigi, poi apre il menu. Lo sfoglia lentamente, sospira, fa quel verso a metà tra il disappunto e la noia. Io già so che non sarà una comanda semplice.