Sabato sera.
Sono dietro al bancone.
Il mio ruolo ufficiale è: fare drink, stare in cassa, gestire il guardaroba e rifornire i clienti di patatine.
Quello reale è: sopravvivere.
Il locale è pieno, musica alta, ordini che arrivano da tutte le direzioni e io che sto preparando un Cuba Libre cercando di non confondere il rum con qualsiasi altra cosa alcolica nel raggio di due metri.
Dentro di me ho un solo obiettivo: respirare. Anche solo una volta ogni tanto. Ma pare sia un lusso non previsto dal contratto.
Arrivano due ragazzi.
Io continuo a versare, ghiaccio, rum, cola.
“Scusa, ma ste patate che marca sono?”
Pausa mentale.
Perché.
Perché questa domanda.
Guardo le patatine.
Guardo lui.
Riguardo le patatine.
“Non lo so, mi spiace.”
Risposta sincera. Onesta. Liberatoria.
Lui annuisce, ma non convinto. L’altro prende il testimone.
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