Lavoro in un negozio di tè in centro a Oxford. Uno di quei posticini curati, con le pareti rivestite di scaffali pieni di scatole colorate, l’odore di Earl Grey che ti accoglie già sulla soglia e una playlist jazz che gira a volume basso in sottofondo.
Il nome della compagnia? Assolutamente inequivocabile. Dice proprio “TÈ” — in maiuscolo, in inglese, in francese, in elfico, se volete. Dentro ci trovate solo tè, teiere, tazze con piattino, infusori a forma di gattino, e qualche biscotto burroso. È tutto estremamente chiaro.
Ma evidentemente… non basta.
Sono le 10:03. Apro il negozio da tre minuti e già varca la soglia la prima coppia della giornata: lui dall’aria mite, un po’ sovrappeso, sguardo gentile; lei… beh, lei no. Lei entra come se fosse alla caccia del Sacro Graal. Cammina dritta al bancone, io le vado incontro con il mio solito “Good morning!” e il sorriso gentile di chi sa che il primo cliente può segnare l’umore dell’intera giornata.
E niente, lei parte subito in quarta, a voce così alta che la playlist jazz si vergogna e abbassa il volume da sola:
“AVETE CAFFETTIERE?”
Mi spiazza. Ma va bene, capita. Con tono tranquillo rispondo:
“Ehmmm… guardi, no, siamo un negozio specializzato in tè…”
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