2 giugno, domenica. Festa nazionale.
Io responsabile di turno.
Chi lavora nella grande distribuzione sa cosa significa: personale ridotto, affluenza alta, clienti che arrivano già nervosi e la sensazione costante di dover tenere tutto insieme con lo scotch. La giornata era iniziata male e, con il passare delle ore, non era certo migliorata.
A un certo punto vengo chiamato in cassa per smaltire la coda. Mi avvicino cercando di mantenere il sorriso di circostanza, quello che ormai viene fuori in automatico anche quando sei stanco morto. Tra i clienti ce n’è una particolarmente agitata. Appena arrivo, senza nemmeno salutare, mi sbatte sul banco un cartellino di una promozione precedente, che purtroppo non era stato tolto dallo scaffale.
È furiosa. Dice che il prodotto le è stato fatto pagare a prezzo pieno e che è una vergogna. Io, sul momento, non capisco subito cosa sia successo, ma come sempre cerco di calmare la situazione. Mi scuso, controllo lo scontrino e inizio immediatamente la procedura per restituirle la differenza pagata in più. Fine della storia, penso.
E invece no.
Mentre sto ancora parlando, il marito – con un tono tutt’altro che educato – se ne esce dicendo che “al xxx xxx fanno sempre così”. Sempre. Come se ci fosse un complotto organizzato per fregare i clienti lasciando apposta i cartellini sbagliati.
E lì, dopo una giornata pesante, qualcosa mi scatta dentro.
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