Un’ora abbondante passata a sistemare ogni tavolo con la precisione di un architetto ossessivo-compulsivo: spostamenti incastrati come un puzzle impossibile, calcoli millimetrici di ombra e vento, valutazioni su quanti seggioloni sarebbero serviti, quante ciotole per i cani, chi voleva il tramonto dritto negli occhi per fare la foto perfetta e chi invece temeva la corrente d’aria assassina sulla cervicale.
Tutto questo mentre il sole ci scioglieva persino i pensieri.

Alle 19 spaccate, puntualissimi, arrivano i primi tre clienti di un tavolo da 11. Sorridenti, almeno all’apparenza.
Li accompagniamo esattamente dove avevano chiesto nella prenotazione: fila centrale, affaccio sulle colline, davanti alla bordura fiorita che Instagram conosce meglio di noi. Un posto bellissimo, arioso, romantico.
Nemmeno il tempo di posare i menu che una dei tre – visibilmente infastidita come se l’avessimo appena accusata di evasione fiscale – ci richiama con tono secco:

Scusa, ma qua batte il sole. Fa caldo. Potete spostarci?

Silenzio interiore. Sorriso esteriore.
Cerchiamo la calma zen che coltiviamo solo grazie a esercizi di respirazione fatti sul retro del locale tra una pizza e l’altra.

Mi dispiace, signora, ma la terrazza è tutta prenotata. Il servizio è appena cominciato, non possiamo modificare la disposizione adesso. Alcuni clienti, come voi, hanno chiesto proprio un determinato tavolo, e spostarne uno significherebbe spostarne altri dieci…