Ero titolare, con altre socie, di un bar famoso negli anni per i suoi “toastoni”.

D’estate la terrazza esterna era presa d’assalto: caldo, afa, gente ovunque, tavoli pieni e clienti che giustamente volevano tutto subito… e perfetto.

Quella domenica ero già oltre il limite umano.

Bancone rovente, fornetto acceso che sembrava una fucina, e davanti a me:

sette taglieri.

Sette.

Ognuno con toastoni diversi, perché ovviamente “uno con zucchine ma senza melanzane”, “uno senza salsa ma con doppio formaggio”, “uno vegetariano ma con il prosciutto tolto all’ultimo perché tanto non si sente”.

Di fianco, una pila di comande che cresceva come se si riproducesse da sola.

Io che mi muovevo tipo robot:
pane, farcitura, piastra, gira, taglia, impiatta, via.

A un certo punto, alzo la testa.

Un secondo.
Uno solo.

E la vedo.

Una signora. Vestito lungo, leggero, passo tranquillo.
Scena quasi al rallentatore.

Si avvicina al banco.