Estate scorsa, sabato sera. Di quelli che già alle otto e mezza senti l’aria diventare densa di voci, bicchieri che tintinnano e gente che chiama “scusa!” da tre tavoli diversi contemporaneamente. Io ero in turno da un paio d’ore e avevo già fatto avanti e indietro tra cucina e sala abbastanza volte da consumare le suole.
Arriva una tavolata da otto. Classica tavolata del sabato: amici, forse parenti, qualcuno che non si vedeva da anni, qualcuno che probabilmente si sopporta appena ma è stato invitato lo stesso. Porto i menù, li distribuisco, faccio il sorriso professionale e dico la frase rituale:
“Prendete pure qualche minuto, torno tra poco.”
Errore mio. “Qualche minuto”, nelle tavolate numerose, non significa mai qualche minuto.
Passano cinque minuti. Torno.
“Avete deciso?”
Otto persone mi guardano come se fossi entrato in classe durante un’interrogazione a sorpresa. Nessuno ha il menù aperto. Uno sta raccontando della grigliata fatta la settimana prima, un altro parla della pastina in brodo mangiata dalla nonna quando aveva sei anni.
“Eh no, aspetta un attimo… stiamo guardando.”
Perfetto.
Me ne vado. Faccio altri due tavoli, porto due birre, sistemo una comanda, torno.
Secondo tentativo.
“Ragazzi, siete pronti?”
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