«Ma me lo fai un po’ di sconto?»
E già qui mi parte il sopracciglio sinistro in modalità semaforo lampeggiante. Perché va bene tutto, capisco il periodo, capisco l’inflazione, capisco pure la luna storta. Ma chiedere lo sconto in una piccola libreria indipendente, con il parquet che scricchiola e il registratore di cassa che ha visto tre governi, mi fa sempre un certo effetto.
Alla Feltrinelli mica glielo chiedi. Alla grande distribuzione non fai la faccina tenera. Lì paghi e via, con la tessera punti e il sorriso standardizzato.
Qui invece no. Qui siamo io, lei e l’odore di carta.
«Certo,» rispondo con il mio miglior tono da mediatore ONU. «Il totale è 44,80. Posso farle tutto a 43.»
Che non è niente, ma è qualcosa. È il piccolo gesto umano, il “facciamo che ci veniamo incontro”.
«Eh, ma sarà lo sconto dello 0,1%» dice lei, già con la penna sospesa sul bancomat.
(Nota mentale: è il 4%. Ma va bene, oggi la matematica è un’opinione.)
«Non a 40?»
E qui dentro di me si apre una riunione straordinaria del Consiglio Interiore:
— Ma sì, dai, tre euro in meno…
— No, ma sei matto? Tre euro su 44?
— Però guarda che insiste…
— Appunto.
«Mi spiace, ma non sono autorizzato a effettuare sconti così alti.»
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