Lavoro in uno di quei chioschi di sushi che ormai spuntano ovunque, anche nel reparto ortofrutta dei centri commerciali: tra le mele Granny Smith e le zucchine biologiche, noi che arrotoliamo riso come se fossimo a Tokyo, ma con il carrello della spesa che ci passa accanto.

Qualche giorno fa avevamo organizzato una degustazione per invogliare la clientela: piccoli assaggi, piattini ordinati, wasabi dosato con giudizio e tanta speranza negli occhi. Proponiamo vari piatti della cucina giapponese, soprattutto uramaki, quelli classici, i rotolini di riso con il pesce dentro e fuori, che di solito mettono d’accordo tutti.

Nel primo pomeriggio arriva lei: una signora un po’ avanti con gli anni, sulla settantina direi, ben vestita, aria curiosa ma diffidente, lo sguardo tipico di chi pensa “ora vediamo cosa combinano questi giovani”. Prende un uramaki, lo osserva con attenzione, lo gira tra le dita come se stesse valutando un diamante, poi lo mangia.

La osservo da lontano: mastica, annuisce leggermente… sembra gradire. Tutto tranquillo. Nessun allarme.

Passano forse due minuti, massimo tre, quando me la ritrovo improvvisamente davanti all’ingresso del chioschetto. Mi guarda fisso e con un gesto della mano mi invita ad avvicinarmi. Ma non un invito normale: uno di quelli che sembrano dire “venga qua, ma senza farsi notare”. Fare losco, direi.