Episodio accaduto ieri nella libreria universitaria dove lavoro, un posto che ormai considero una specie di estensione dell’aula magna: entrano ed escono continuamente studenti del mio corso, quindi spesso riconosco le facce, i nomi… e anche quel misto di sicurezza e confusione tipico di chi frequenta l’università da poco.
Nel primo pomeriggio entra questo ragazzo. Studente anche lui, più o meno della mia età, zaino enorme sulle spalle e quell’aria vagamente convinta di sapere esattamente cosa sta cercando. Si avvicina al bancone e mi fa:
«Ciao, avresti mica Le Vite di Vasari?»
Richiesta più che normale, pane quotidiano. Senza battere ciglio gli rispondo:
«Certo, te lo prendo subito.»
Vado nello scaffale dedicato, prendo il volume corretto — quello che vendiamo da sempre, quello indicato dai professori, quello che abbiamo ordinato seguendo pedissequamente la mail arrivata settimane prima dell’inizio delle lezioni — e glielo porgo con la massima tranquillità.
Lui prende il libro, lo guarda… poi alza gli occhi e mi fissa. Fisso fisso. Con quella faccia da no, non ci siamo proprio. E mi dice:
«Guarda che non è questo.»
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