ho avuto per dieci anni un negozio di ortofrutta. era il mio regno profumato di arance, mele lucide e cassette di verdura appena scaricate all’alba. ogni mattina alzavo la serranda che ancora il sole stava sbadigliando, sistemavo le cassette fuori e mi godevo quel momento di silenzio prima che iniziasse il via vai.
fra i miei clienti c’erano due professoresse, che chiamerò anna e maria. a volte arrivavano insieme, parlando fitto di scuola, di scrutini e di alunni svogliati; altre volte venivano separate, ognuna con il proprio passo e il proprio carattere ben riconoscibile.
con la professoressa anna avevo un rapporto più confidenziale. era una donna solare, con la battuta pronta e un modo di fare che metteva allegria. spesso si fermava qualche minuto in più, mi raccontava un aneddoto buffo successo in classe e io le infilavo nella busta un ciuffo di prezzemolo in omaggio, “per il soffritto della domenica”, le dicevo.
con la professoressa maria, invece, ero sempre cordiale e disponibile, ma lei era una persona altezzosa, poco incline al sorriso. parlava con tono misurato, guardava la frutta come se dovesse interrogarla e difficilmente si lasciava andare a una risata. pagava con precisione quasi matematica e salutava con un cenno del capo.
un giorno la prof. maria è venuta da sola al mio negozio. si è fermata davanti ai carciofi, li ha osservati come fossero oggetti misteriosi e mi ha detto che sua figlia li adorava, ma lei non sapeva pulirli. voleva farle una sorpresa e mi ha chiesto di mostrarle come si facesse.
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