Io, postina con la borsa che ormai pesa come un rimorso, arrivo davanti a una palazzina color beige sbiadito, di quelle tutte uguali, con i balconi pieni di piante mezze vive e mezze rassegnate. Devo consegnare una raccomandata alla signora XXX.
Guardo i campanelli.
Quattro.
Quattro nomi.
Nessuno corrisponde a quello scritto sulla busta.
Rileggo. Ricontrollo il numero civico. È giusto.
Guardo le cassette della posta: una con l’etichetta staccata, una scritta a penna, una con due cognomi sovrapposti, una completamente anonima.
Sospiro.
Sto quasi per infilare l’avviso di giacenza e andarmene quando una finestra del secondo piano si apre con il classico rumore metallico.
«Signorinaaa! Chi cerca?»
Alzo lo sguardo. Una signora in vestaglia floreale, con il tono di chi sa tutto di tutti.
«Ho una raccomandata per la signora XXX.»
Lei aggrotta la fronte, riflette due secondi e poi, con sicurezza assoluta:
«Ah! Suoni il primo campanello.»
Primo campanello.
Che ovviamente non riporta quel nome.
Suono.
Dopo qualche secondo si apre il portone e compare un ragazzo sulla trentina, in tuta, capelli arruffati, sorriso entusiasta come se stessi consegnando un premio.
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