Lavoro in un piccolo supermercato.
Questa sera, ore 19:50 (chiusura ore 20), entra un cliente senza mascherina.

Gli dico con tutta la calma del mondo:
“Guardi, per favore dovrebbe indossare la mascherina… se l’ha in macchina può andare a prenderla.”

Lui sbuffa, mi guarda come se gli avessi chiesto un favore personale enorme, ma esce.
Due minuti dopo rientra.

Mascherina in mano, non sul viso.

E mi dice, con aria da avvocato in aula:

“Comunque per la legge 155 del 2005 per l’antiterrorismo è vietato entrare mascherati all’interno dei locali chiusi.”

Silenzio.

Io lo guardo.
Lui guarda me.
La mascherina… sempre in mano, come un oggetto misterioso.

Dentro di me parte un documentario intero: articoli di legge inventati, tribunali immaginari, giudici che annuiscono.

Fuori, invece:

“…Signore, deve metterla.”

“Eh ma la legge—”

“La deve mettere.”

Pausa.

Se la mette. Male, sotto il naso. Classico.

“Anche sopra il naso, grazie.”

Sbuffa di nuovo, sistema la mascherina come se fosse una punizione medievale e prende il cestino.

Sono le 19:53.

Inizia il giro.