Quando lavoravo in agenzia viaggi invece, entra un signore di mezza età.
“Signorina ho bisogno di aiuto.”
“Mi dica.”
“Ho fatto una scommessa con i miei amici… Ho ragione a dire che in America si può arrivare in taxi?”
Io lo guardo.
Lui guarda me. Serissimo.
“Quasi impossibile… dovrebbe caricare il taxi in una nave o in un aereo, altrimenti la vedo difficile…”
(lo dico cercando di restare professionale, ma dentro sto già scrivendo un libro)
“Ah! Quindi non si arriva in taxi?”
“No.”
“E ora come faccio? Avevo scommesso con quelli sicuro di vincere…”
“Spiacente.”
Silenzio.
Resta lì. Immobile. Come se stessi per offrirgli una soluzione alternativa tipo “Taxi subacqueo diretto Milano–New York, parte ogni martedì”.
Poi si illumina.
“Ma… senta… e se prendo più taxi?”
Mi si blocca il cervello.
“Tipo?”
“Eh, uno fino al porto… poi magari là ce n’è un altro… e così via… alla fine arrivo, no?”
Respiro.
“Tecnicamente arriverebbe… ma non sarebbe lo stesso taxi.”
“Eh ma io non avevo specificato!”
E qui capisco che siamo entrati in un livello superiore di logica.
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