Donna sulla trentina uscita da non si sa quale dimensione parallela — di quelle in cui probabilmente il tempo scorre più veloce e la pazienza si esaurisce prima — tutta acconciata per le feste come se dovesse infilarsi direttamente sotto un albero di Natale vivente: capelli perfetti, cappotto elegante, profumo che arriva mezzo secondo prima di lei. Solo un dettaglio stonava in quell’insieme studiato: il rossetto rosso, completamente sbavato, come se avesse combattuto una battaglia corpo a corpo con un panettone.
Erano le 18 passate, quell’ora sospesa in cui i negozi diventano arene e la gente entra con lo sguardo di chi ha una missione urgente: comprare regali, qualsiasi cosa, basta comprare.
Lei mi punta come si punta un bersaglio.
Mi si piazza davanti senza preamboli, con quell’energia nervosa di chi ha già litigato con almeno altre tre persone prima di arrivare da te.
«Tu,» mi fa, senza buongiorno né buonasera, «procurarmi una scarpa da calcio da bambino numero 33.»
Non una richiesta. Un ordine. Una specie di editto reale.
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