Pasticceria, 19 marzo, ore 11:00.
La festa di San Giuseppe è una delle giornate più impegnative dell’anno: zeppole che sfornano senza tregua, clienti che entrano e escono come un fiume in piena, profumo di crema e amarene che invade la strada.
Davanti al bancone si allunga una fila che serpeggia fino alla porta: oltre 50 persone, ognuna aggrappata alla speranza di riuscire a portarsi a casa almeno una vassoio di zeppole.

La confusione è grande, le voci si accavallano, ma sorprendentemente nessuno si lamenta. È come se tutti, per una volta, avessero compreso che questa “penitenza dolce” è parte del rito.
In mezzo al brusio, entra una signora distinta, con un sorriso compiaciuto. Avanza decisa verso la cassa.

“Buongiorno! Ma davvero devo aspettare tutta questa coda per 4 zeppole? Guardi che ho le bambine in macchina…”
Le spiego con calma che sì, purtroppo la coda è inevitabile: tutti sono lì per la stessa ragione.
Lei si gratta il mento, finge di riflettere un istante e poi, con aria di chi la sa lunga, rilancia:
“Eh ma io avevo prenotato!”