Sipario… o almeno così credevo.

Rimango lì, immobile, con la lettiera ancora in mano e lo sguardo perso nel vuoto, mentre la porta del negozio si richiude con quel din allegro che in quel momento suona come una presa in giro.

La collega mi guarda da dietro il bancone.
“È andata bene?”
La fisso.
“Ho appena distrutto una famiglia, traumatizzato una figlioccia e condannato un gatto a una vita randagia. Direi benissimo.”

Non faccio in tempo a riprendermi che—din—la porta si riapre.

Silenzio.

Rientra lei.

Io, dentro: Gesù, ma non era domenica domani? Non potevamo anticipare il miracolo?

“Scusa, un’ultima cosa.”
Certo. Ovviamente. Perché no. Ormai siamo in ballo.

“Tua opinione: se metto la lettiera fuori, lui capisce che quella è casa mia?”

Mi prendo un secondo. Uno solo. Respiro.

“Signora… il gatto probabilmente riconosce più l’odore del cibo che quello della lettiera.”

“Quindi devo mettere anche il cibo.”
“Possibilmente sì.”

“Ma allora mangia e non lo prendo.”
“…può anche prenderlo mentre mangia.”

Mi guarda come se le avessi appena suggerito una trappola degna di un documentario sulla savana.