Ridendo ancora per la risposta fulminante, stavo per uscire quando la curiosità ha avuto la meglio. Mi sono voltata un attimo verso la “signora del termometro”.
Era lì, composta, seduta rigida come se fosse in missione. Davanti a lei una coppetta di gelato intatta, lo sguardo sospettoso che seguiva ogni movimento del personale. Sembrava stesse aspettando il prossimo “attacco laser”.
Ho fatto due passi verso la porta, poi mi sono fermata. Non so perché — forse per puro spirito di osservazione antropologica — ma ho rallentato abbastanza da sentire cosa stava dicendo al cameriere.
“…perché queste radiazioni entrano nel cervello, lo sa? L’ho letto.”
Il ragazzo, lo stesso di prima, annuiva con una calma quasi mistica. Una calma che, col senno di poi, sapeva già di resa.
“Capisco, signora… però guardi che è solo un termometro a infrarossi…”
“Appunto! Gli infrarossi! Non si vedono! È questo il problema!”
A quel punto ho dovuto trattenermi per non ridere. Uno dei miei amici mi ha tirato per la manica sussurrando: “Andiamo via prima che ci arruoli nella conversazione.”
Ma ormai era tardi.
La signora, con un tempismo perfetto, si gira verso di me. Ci guardiamo. Io con gli occhi che tradiscono un sorriso, lei con quelli di chi ha appena trovato un alleato… o una nuova vittima.
“Lei lo sa, vero?”
Silenzio.
Momento critico.