Mattina tranquilla, o almeno così sembrava. Sto sistemando alcune cose alla reception: il planning dei corsi, due fogli da stampare, una pila di abbonamenti da controllare. Fa già caldo, l’odore di cloro nell’aria si mischia al rumore dei tuffi e alle grida di bambini in sottofondo.

Squilla il telefono.
Rispondo con la solita voce da centralinista gentile, quella che uso anche quando sono stanca marcia:
“Piscina comunale, buongiorno!”

Dall’altra parte una voce femminile, tono deciso, senza nessun preambolo:
“Salve, ho una perdita d’acqua da un tubo in giardino, che cosa posso fare?”
Resto un secondo perplessa. Forse ha sbagliato numero, penso.
“Ehm… signora, questa è la piscina.”
Sì, appunto! Mi hanno detto di chiamare voi!”

Mi raddrizzo sulla sedia, con la bocca già semiaperta per dire: ma che c’entriamo?
“Signora, noi siamo una piscina pubblica. Guardi sull’elenco, magari ha confuso il nome con qualcosa di simile…”
“E che cosa dovrei cercare?!?”
Il tono si fa subito infastidito. Come se l’errore fosse mio.