OGGI IL TELEFONO SUONAVA COSÌ TANTO CHE DALLE SPIE ACCESE PAREVA UN ALBERO DI NATALE IL 24 DICEMBRE. Quelle lucine intermittenti, rosse, verdi, gialle… mancava solo Mariah Carey in sottofondo.
Già si capiva che non sarebbe stata una giornata qualunque, ma una di quelle. Quelle che quando esci di casa senti già l’universo che ti dice: “Guarda che oggi ti metto alla prova”.
TANT’È CHE, IN PAUSA PRANZO, MI CHIAMANO AL CELLULARE.
Numero salvato: Papà.
Io, col pilota automatico ormai tarato sul lavoro, rispondo serissima, impostata, professionale:
— “DITTA XXXX BUONGIORNO SONO BARBARA.”
Silenzio.
Poi, con una calma quasi mistica, dall’altra parte:
— “BUONGIORNO FIGLIA… SONO TUO PADRE.”
E lì capisci che il cervello è ufficialmente in ferie, ma il corpo no. Scuse, risatine, recupero dignità (forse), fine chiamata. Torno alla scrivania convinta di aver già dato abbastanza alla vita per oggi.
SPOILER: no.
ORE 14.30.
Telefono che squilla di nuovo.
Respiro profondo. Sorriso da operatrice modello. Via.
— “LA MACCHINA MI FISCHIA, DEVO CAMBIARE LE SAPONETTE.”
— “QUI PARLA L’OFFICINA DITTA XXX.”
— “APPUNTO! DEVO CAMBIARE LE SAPONETTE DELLA MACCHINA.”
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