Più o meno sette anni fa lavoravo al bar di uno stabilimento balneare.

Era uno di quei posti dove d’estate il tempo non esiste: solo file, caldo, sabbia ovunque e gente che vuole tutto subito, possibilmente ieri.

Una sera, nel pieno del delirio, mi si presenta al bancone una squisita coppietta sulla sessantina. Moglie e marito, a braccetto, elegantissimi, tutti in ghingheri come se stessero andando a una prima alla Scala e non a prendersi un caffè tra ombrelloni e granite.

Si piazzano lì davanti e iniziano a discutere su cosa prendere.
Piano piano, con calma olimpica.
Nel frattempo, alle loro spalle, una coda di gente che se avesse potuto mi avrebbe lanciato i cucchiaini.

Io, ferma, in attesa, con nelle orecchie un sottofondo di bestemmie sempre più creativo.

Dopo un tempo che a me è sembrato un’era geologica, lui si gira verso di me. Lei annuisce sorridendo, complice, come se stessero per fare una richiesta sofisticatissima.

“Un caffè in due.”

Silenzio.

Mi porge lo scontrino pagato di 1,20€ (sì, una ladrata) a muso durissimo, con l’energia di uno che sta per salire su un palco black metal, e subito torna a badare la moglie, come se il resto del mondo non esistesse più.

Nessuno si aspettava un buongiorno, buonasera o per favore. Fin qui, tutto nella norma.