Sono al desk, tranquilla, a fare il mio lavoro.
Il solito pomeriggio qualunque: lo sfondo è un misto di voci, passi, risate, zaini che cadono e cellulari che squillano. Il mio orecchio è ormai sintonizzato sul sottofondo costante del posto — un ritmo tutto suo, una colonna sonora fatta di giacche che frusciano e codici digitati sulla tastiera della porta.

C’è sempre qualcuno che arriva trafelato, prova il codice tre volte, sospira, poi finalmente entra con la faccia di chi ha appena sbloccato un caveau.
Ormai quel suono, il bip-bip-click della serratura, non mi smuove più. Fa parte dell’ambiente, come l’odore di caffè della macchinetta o il rumore della stampante che decide di incepparsi solo quando c’è la fila.

Ma stavolta, appena la porta si apre, noto qualcosa di diverso.

Un gruppetto di studenti entra chiacchierando — fin qui tutto normale — ma dietro di loro, come un’ombra silenziosa, si infila una donna.
Sui trentacinque, forse quaranta. Capelli raccolti, giacca leggera, due valigie gigantesche al seguito, il tipo di bagaglio che usi solo quando ti trasferisci, non quando ti sposti per un weekend.