Siamo alla postazione di salvataggio di una spiaggia libera.
Giornata tranquilla: sole che spacca, mare piatto come una tavola da biliardo, bambini che urlano come se li stessero scannando ma in realtà giocano con la sabbia, e persone che si avvicinano solo per chiedere “mi dice l’ora?” o “mi fa una chiamata di emergenza che non prende Vodafone?”.
Davanti alla torretta, come da regolamento, abbiamo tutto il materiale allineato e in bella vista: salvagente anulare, pinne, ciambelle, fischietti, e lei, la protagonista: la tavola rescue.
Bella, lunga, bianca, scritta rossa, piazzata sulla battigia a fare scena e a rispettare il protocollo.
A un certo punto, la vediamo: signora sui sessanta, costume nero intero, occhiali da sole grandi quanto parabrezza di una Panda, cappello di paglia con la tesa larga.
Arriva con passo sicuro. Si ferma proprio davanti alla tavola. La osserva. Le gira intorno. La tocca. Le bussa sopra col pugno, tipo per capire se è cava o piena. Poi, con un certo impegno, cerca pure di sollevarla da un lato. Una vera e propria perizia tecnica in diretta.
Io e la collega ci scambiamo lo sguardo universale del “oddio, questa che vuole combinare?”.
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