Accaduto pochi giorni fa.
Supermercato. Io alla cassa, nel mio habitat naturale: bip, bip, bip, sorriso automatico, pensieri altrove. La solita fila che si forma a onde, gente che sospira, qualcuno che guarda l’orologio come se potesse accelerare il tempo con lo sguardo.
Arriva una cliente con un carrellino piccolo, di quelli che già ti fanno capire che in due minuti è tutto finito. Lo appoggia con calma, sistema due o tre cose, composta, educata. Una di quelle persone che non creano mai problemi.
Nel frattempo, da dietro, compare lei.
Carrello stracolmo. Ma stracolmo nel senso serio: roba impilata a livelli, equilibrio precario, confezioni incastrate come in una partita di Tetris giocata male. Senza dire nulla, senza esitazioni, le passa davanti e si piazza davanti al nastro con la sicurezza di chi ha sempre fatto così e continuerà a farlo.
La cliente col carrellino piccolo mi guarda.
Io la guardo.
È uno di quegli scambi silenziosi, velocissimi, tipo:
“Lo stai vedendo anche tu?”
“Sì.”
“Dovremmo dire qualcosa?”
“Forse.”
“Lo diremo?”
“No.”
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