I miei genitori hanno una pizzeria da asporto.

Di quelle vere, dove il telefono non smette mai di squillare, il forno va a pieno regime e ogni sera è una piccola corsa contro il tempo. In questo periodo, per non chiudere, hanno deciso di fare anche le consegne a domicilio. Scelta necessaria… ma non semplice.

Siamo in due a consegnare. Due.
E già alle 19 siamo pieni. Agenda satura, tempi stretti, percorsi calcolati al minuto. Abbiamo anche dovuto mettere dei limiti: niente consegne troppo lontane dal centro, altrimenti salta tutto. Non è cattiveria, è proprio fisica.

Il telefono continua a squillare.

A un certo punto risponde la mia collega. La sento mentre prende l’ordine, poi si ferma, cambia tono—quello educato ma dispiaciuto:

“Guardi, mi spiace davvero, ma non riusciamo a consegnare fin lì. Siamo già pieni e non riusciamo ad arrivare fuori dal paese in tempo.”

Dall’altra parte, qualche secondo di silenzio.

Poi la risposta.

“Beh, al pronto soccorso le avete portate.”

Io mi blocco. Anche senza vedere la scena, si sente proprio il momento in cui le parole restano sospese nell’aria.