Episodio successo anni fa, quando lavoravo in un negozio di calzature all’interno di un centro commerciale. Di quelli con la musica di sottofondo sempre uguale, l’odore misto di popcorn e profumo sintetico e la gente che entra “solo per dare un’occhiata” e poi resta mezz’ora a piegare tutto.

Era un pomeriggio tranquillo. Troppo tranquillo.

Entra una signora sulla sessantina, cappotto beige, borsetta stretta al braccio come se qualcuno potesse sottrargliela da un momento all’altro. Sguardo attento, passo deciso. Di quelle che non entrano: ispezionano.

Si dirige dritta verso uno scaffale dove erano esposti dei mocassini in pelle, modello classico, eleganti ma semplici.

Li prende in mano, li gira, li osserva come un perito del tribunale.

Poi si volta verso di me.

«Scusi, ma queste scarpe dove sono prodotte?»

«In Italia, signora.»

«Ne è sicura?!»

Il tono non era curioso. Era accusatorio.

«Sì, è indicato anche sulla scatola…»

«Secondo me si sbaglia.»

E lì ho capito che non sarebbe stata una vendita facile.

Prendo la scatola, la apro con calma, tiro fuori l’etichetta e le mostro il marchio stampato in bella vista.

«Vede? Made in Italy.»

Lei si avvicina. Strizza gli occhi. Inclina la testa a destra. Poi a sinistra. Sembra stia decifrando un messaggio in codice.

«Non sono convinta. Mi sta fregando. Ma io non ci casco…»