Successo circa un anno fa.

Supermercato, ora di punta. Di quelle in cui entri per “due cose al volo” e dopo trenta secondi capisci che hai appena preso un impegno a lungo termine. Arrivo al banco salumi, prendo il numerino e mi metto in fila. Davanti a me qualche persona, dietro di me pian piano si forma una coda sempre più compatta, carrelli, cestini, gente che sbuffa piano per non farsi notare ma abbastanza forte da farsi sentire.

Io sto lì tranquilla, in modalità pazienza attiva, ogni tanto do un’occhiata al display dei numeri, ogni tanto al banco: mortadella che vola, prosciutti che vengono affettati con precisione chirurgica, il salumiere che lavora senza sosta.

Finalmente si avvicina il mio turno. Il numero scorre, bip. È il mio. Faccio quel mezzo passo in avanti, quello soddisfatto, quello da “ok, ci siamo”.

Il salumiere mi guarda:
“Prego, mi dica.”

“Buongiorno, allora… volevo del prosciutto cotto, ma—”

Non finisco neanche la frase.

Da dietro, tipo due file più indietro, parte una voce decisa, di quelle che non chiedono attenzione: la pretendono.

“Guardi che tocca a me! Sono incinta, ho la precedenza!!!”

Silenzio. Ma non un silenzio qualsiasi: quello collettivo, sincronizzato, da scena che sta per diventare interessante. Mi volto. E vedo questa specie di apertura nel mezzo della fila, come il Mar Rosso, e al centro lei: mani sui fianchi, espressione combattiva, e un pancino evidente.